17) Garin. Gli umanisti furono filosofi .
Se per filosofia s'intende quella portata avanti nelle scuole e
nelle universit dell'epoca, allora si dimentica che  possibile
filosofare anche fuori dalle scuole. La filosofia non scolastica
dell'umanesimo ebbe la caratteristica specifica di spostare
l'attenzione e la riflessione filosofica dalla teologia al mondo
dell'uomo, alla citt. Si tratta di un modo nuovo di fare
filosofia, che usa strumenti come la poesia, l'arte, la retorica.
E. Garin, Medioevo e Rinascimento, Avvertenza.

Inutile  dire qui degli intenti anche troppo scoperti di questi
studi: approfondire, da un lato, su punti definiti il problema dei
rapporti dell'umanesimo quattrocentesco con la cultura dei secoli
precedenti; chiarire, dall'altro, in due direzioni essenziali
l'apporto effettivo del  pensiero dei secoli quindicesimo e
sedicesimo: studia humanitatis e scienze della natura, tenendo ben
presente il fatto che sotto il segno di quelle litterae si
raccoglievano tutte le discipline del linguaggio e del discorso
(dalla grammatica alla logica) e tutte le scienze morali:
economia, etica, politica.
A tale scopo si  insistito sull'ambiguo rapporto fra la
progredita, e sottile, speculazione delle scuole del Trecento e
la nuova, e tutta diversa, problematica umanistica. Innanzi a chi,
e si tratta di studiosi espertissimi, ha negato la legittimit di
questo confronto, sottolineando l'eterogeneit fra la filosofia
delle scuole e l'umanesimo rinascimentale, e la continuit,
invece, fra quelle scuole e la cultura filosofica e scientifica
del mondo moderno, si  voluto ribadire come proprio
nell'Umanesimo si affermasse una visione nuova dell'uomo, maturata
al di fuori delle accademie. E si  voluto riaffermare come
soltanto quella visione dell'uomo, nata su terreno non
scolastico, sia venuta fortemente incidendo su metodi di ricerca
e modi di pensare. Solo una cultura che concepiva in modo affatto
diverso il rapporto dell'uomo col mondo, riusc a servirsi
utilmente anche di quei sottili esercizi delle scuole che nelle
impostazioni tradizionali si esaurivano senza frutto.
Ripetere, come  stato fatto, che l'Umanesimo fu fenomeno non
filosofico, puramente letterario e retorico; che gli umanisti
furono solo maestri d'eloquenza e grammatici, significa
innanzitutto dare per pacifica una visione del filosofare che 
invece in discussione; e significa, a un tempo, non vedere ben
chiaro in quegli studia humanitatis, in quella retorica, in
quelle lettere. E significa anche dimenticare che quel moto di
cultura si afferm innanzi tutto fuori della scuola, fra uomini
d'azione, politici, signori, cancellieri di repubbliche e perfino
condottieri, mercanti e perfino artisti e artigiani. E nella
scuola entr attraverso le discipline logiche e morali;
attraverso un nuovo linguaggio e lo stabilimento di nuovi
rapporti. La filosofia a cui certi storici guardano, la teologia
delle scuole medievali, che fu certo cosa grandissima, vedeva
proprio in quei giorni le sue aule farsi deserte, e sempre minore
l'eco dei suoi insegnamenti. Dopo che per secoli, e furono grandi
secoli, il pensiero umano si era travagliato soprattutto a
elaborare una filosofia dell'esperienza religiosa, e tutto era
stato visto sotto quel segno, ora l'umana ragione volge ogni
sforzo verso l'uomo poeta, verso la sua citt, verso quella
natura mondana che sta conquistando. Se  assurdo pensare una
filosofia medievale al di fuori del rapporto con la religione, 
altrettanto assurdo non vedere che col rinascimento il
filosofare  meditazione intorno alle nuove scienze - quelle a
cui intitoleranno i loro libri Galileo e Vico. Non a caso, del
resto, fin dal suo sorgere il mito dell'antico suon pagano, e
non tanto perch empio o ateo o anticristiano, ma perch cercava
ispirazione in un metodo di studio e in un tempo cui erano state
del tutto estranee preoccupazioni che invece si trovavano ormai da
secoli al centro della cultura. Quando si cerca in un Petrarca o
in un Salutati l'aurora di un nuovo sapere, non si intende
disegnare una genealogia per cui da una pagina d'arte o di
politica abbia da scaturire una legge fisica o una formula logica.
Si intende rendersi conto di un modo diverso di sentire e di
pensare, di una diversa coscienza che l'uomo viene prendendo del
suo posto nel mondo, senza la quale non si spiegherebbero certi
mutamenti profondi di interessi e di posizioni. Non a caso il
Cassirer stesso ha scritto che proprio all'interno della
mentalit umanistica si moltiplicano gl'indizi del passaggio... al
rinascimento delle scienze matematiche e naturali. Il che non
toglie che quando si voglia uscire da avvicinamenti generici sia
pur necessario tentare la via delle ricerche precise, senza
fermarsi a vecchie vedute, senza dare per scontato in partenza il
senso da attribuirsi, che so?, alle retoriche, o alle indagini e
discussioni logico-dialettiche, o alle ricerche linguistiche e
storiche degli umanisti. Ma anche senza lasciarsi sedurre, nel
bene come nel male, da quella che  l'eredit, palese ed occulta,
della lunga e non disinteressata polemica sul Rinascimento: e
cio cercando di liberarsi della molto vecchia antitesi
tenebra-luce, con quanto essa reca implicito di lotta religiosa
non sempre appropriata e fondata; cercando di intendere diversit
di forme di vita e di pensiero, e il tramonto di certi problemi e
l'insorgenza di nuovi, e il modo diverso di vivere (anche la vita
religiosa) e di sentire anche gli eterni problemi della vita e
della morte. Nell'affrontare i quali non  ancor provato - come
pure sembra a qualcuno - che chi ha costruito solenni e
sistematici edifici, ben ragionati secondo tutti i canoni della
metafisica e della logica classica, sia pi grande filosofo di
un Socrate il cui demone continua a tormentarci, o di un Vico
morto professore di retorica. N pensar cos  necessariamente un
kokettieren con posizioni di decadentismo neoromantico o
pseudoesistenzialistico.
E poich il discorso  tornato alla filosofia, non  neppure
esatto dire che, come non furono professori di filosofia, cos,
gli umanisti, non intesero fare opera di filosofi. Da Petrarca in
poi essi ben sanno che alla loro scuola si viene compiendo un
rinnovamento profondo, e che le bonae artes incidono su tutti i
campi del pensiero. Certo la loro  filosofia morale, civile,
e logica; ma quando riconoscono questo, non credono gi di
indicare un limite: essi intendono ribadire che dalla loro scuola
uscir una umanit liberata, capace di affrontare davvero i
problemi della vita: uomini liberi in citt libera. Ed  troppo
facile ironizzare oggi su chi sottolinea con energia la funzione e
il peso filosofico di un Valla o di un Ramo: ma  un'ironia che
non tien conto della funzione esercitata nella storia del pensiero
occidentale da quegli innamorati dell'antico, che liquidarono con
le loro pagine irriverenti ed iconoclaste le secolari autorit,
si chiamassero esse Aristotele, o fossero i consacrati dottori
della scuola. Perch  proprio vero, con buona pace di chi sotto
la spregiudicatezza delle parole conserva la piatta reverenza di
tutti i pi scontati luoghi comuni, che proprio nel ritorno
all'antico nacque il pi vivo senso della storia.
Poliziano che fu, oltre che uno squisito poeta, uno dei pi
sottili spiriti del suo tempo, nelle pagine deliziose di
scintillante ironia della Strega, con cui apr un corso di logica
sugli Analitici primi, a chi gli d dal grammatico che s'impaccia
di filosofia senza competenza, indica qual sia il suo nuovo modo
di filosofare: critica, com'egli dice, ossia scienza di quel
discorso umano di cui son partecipi poeti e storici, oratori e
filosofi, medici e giuristi.
Sia pure stato l'Umanesimo innanzitutto scuola per una nuova
educazione dell'uomo, sorta per rispondere ai bisogni di una
societ e di classi che avevano raggiunto maturit e potere. Da
quel rigoglio culturale uscirono gli artisti e gli scrittori che
conquistarono l'Europa, e le nuove scienze che avranno nome da
Galileo e da Vico.
E. Garin, Medioevo e Rinascimento, Laterza, Bari, 1961, pagine
7-11.

G. Zappitello, Antologia filosofica,, Quaderno secondo/1.
Introduzione.
18) Garin. Nella continuit elementi di novit epocali.
Dopo aver sottolineato gli elementi di rottura e di crisi
nell'epoca precedente,Garin entra in polemica con coloro che
insistono sulla tesi della continuit. I tanti aspetti di
continuit fra le due epoche non possono eliminare quel nuovo che
 innanzitutto negli spiriti. L'amore per gli antichi passa
attraverso il distacco del tempo.
E. Garin, Medioevo e Rinascimento, quarto, Interpretazioni del
Rinascimento.

Premetter questo  necessario per sottolineare, assieme
all'attualit di un problema, il significato che resta, sempre pi
profondo, al tema della novit del pensiero del Rinascimento,
contro cui da pi parti si muove, sia riconducendo la rinascita
al secolo dodicesimo, o addirittura all'epoca carolingia, sia
negando che effettiva novit vi si trovi, tranne che, forse, sul
piano della cultura letteraria e delle forme artistiche. Si pu
dire, anzi, che molta della pi recente attivit storiografica
intorno alle origini del pensiero moderno sia impegnata a demolire
la visione tradizionale di una rottura, che avrebbe caratterizzato
il trapasso da un modo di concepire all'altro; la qual reazione 
stata aiutata, convien riconoscere, da una certa ottusa insistenza
con cui i sostenitori della frattura hanno battuto su motivi
facilmente scontati: amore per il mondo pagano, per i classici
antichi, empiet, irreligione, ateismo, naturalismo, posizione di
rigoroso immanentismo, e cos via; cose tutte facilmente
rintracciabili, e talora presenti in guise ancor pi conturbanti,
nell'et di mezzo. E' stato cos molto agevole illustrare
variamente la continuit fra mondo medievale e mondo umanistico e,
subordinatamente, fra mondo classico e mondo medievale;
documentando, quindi, la non-rinascita umanistica del mondo
antico, gi vivo e presente almeno fin dal secolo dodicesimo. Una
tesi, invero, per chi la credesse nuova, scontata da un pezzo, ch
l'iniziare la Rinascita addirittura da Dante fu motivo non raro
negli scrittori del 400 e del 500, solennemente consegnato ai
Commentari urbani di Raffaele da Volterra, cos come il risalire
a Carlo Magno e ad Alcuino non  un ritrovato di odierni
medievalisti francesi, ma almeno dell'ambasciatore di Firenze a
Parigi per l'incoronazione di Luigi undicesimo, Filippo de'
Medici, arcivescovo di Pisa, che a tale opinione alludeva nel
discorso ufficiale pronunciato nell'anno di grazia 1461,
riferendosi alla dichiarazione esplicita contenuta nella lettera
di dedica al Sovrano della Vita di Carlo Magno, recata allora in
dono solenne da Donato Acciaiuoli.
Comunque,  stata certo una delle conquiste dell'odierna indagine
storica aver visto che il mito del rinascere, della nuova luce, e
quindi della corrispondente tenebra, era stato proprio il frutto
della polemica condotta dagli umanisti contro la cultura dei
secoli precedenti. E' indiscutibile che gli scrittori del 400
hanno insistito fino all'esasperazione sulla loro rivolta contro
una situazione di barbarie, per una rinascita della humanitas.
Come  indiscutibile che il senso di una svolta radicale nel corso
della storia non fu mai altrettanto vivo nelle et precedenti.
L'idea che un mondo intero si inabissa, si fa avanti da ogni
parte, e da ogni parte esce confermata, mentre una visione del
mondo, che sembrava ormai cristallizzata, cadeva invece
irremissibilmente. L'immagine tradizionale della terra veniva
infranta dalle scoperte; la concezione dell'universo era stata
scossa molto prima di Galileo, da quando le premesse
psicologiche della tesi tolemaica erano state schiantate da
tutta un'annosa critica che si trovava ormai ad affrontare le
conseguenze, certo non trascurabili, di un universo infinito,
della possibilit di altri mondi abitati, di una posizione della
terra non pi privilegiata. N v' bisogno d'insistere sull'eco
che idee e osservazioni cosiffatte potevano avere sul piano
teologico. Orbene, la produzione storiografica contemporanea,
nell'atto stesso in cui ha colto la coscienza che il Rinascimento
ebbe di s, la ha curiosamente rovesciata nella negazione della
sua novit. Se il tema luce-tenebre  vecchio di secoli, ed
affonda le sue radici in una antica tradizione religiosa; se,
dunque, le tenebre medievali e, con esse, la rinascita sono solo
un ritrovato polemico bene individuabile, che proprio il
Rinascimento ha consegnato alle et successive; se non si tratta
che di un argomento di battaglia variamente sfruttato, ma di
origine bene accertata; ogni affermazione di novit e di frattura
 messa in forse. D'altra parte, il lavorio critico per ritrovare
nel passato medievale i contenuti specifici delle posizioni
rinascimentali pi solennemente consacrate, ha avuto facili
successi: il Medioevo amava i classici non meno del Rinascimento;
Aristotele era sulla bocca di tutti, e forse meglio che nel 400;
Platone era noto anch'esso, e non solo indirettamente. I poeti,
gli storici, gli oratori si conoscevano e si apprezzavano.
Bernardo Silvestre scriveva poemi filosofici degni di Bruno;
Bernardo di Chartres celebrava la veritas filia temporis; i
giuristi rinnovavano tutta l'essenza della saggezza romana; la
valorizzazione dell'uomo era pi potente e meditata in san Tommaso
che non in Ficino; mentre naturalismo ed empiet, Machiavelli,
Pomponazzi, Bruno, proprio l dove sembrano pi arditi e pi nuovi
sono pi vecchi e lontani: eredi pi o meno consapevoli
dell'alessandrinismo medievale, gi condannato nel 1210,
dall'averroismo e, attraverso la scienza araba, di remoti spunti
ellenistici.
Escluso cos, in base alla permanenza di contenuti e problemi, un
rinascimento come posizione originale sul terreno del pensiero, si
 ricondotto il fenomeno umanistico al settore degli studia
humanitatis, ma intesi in senso ristretto, come studi
grammaticali, che avrebbero assunto nel secolo quattordicesimo una
maggiore importanza. Ma anche qui, si badi, non novit radicali,
ma, al pi, un posto pi dignitoso assegnato alle arti
sermocinali: la risoluzione, si direbbe quasi, di una controversia
accademica, conclusa a favore dei grammatici. I quali, continuando
del resto un antico lavoro mai intermesso, avrebbero tradotto
meglio e pi largamente (ed anche questo  messo in forse da
alcuni); avrebbero diffuso una pi solida conoscenza del latino e
del greco, ma indirettamente, con un moto a s e pur sempre
marginale. Ch di nuovo, curiosamente, si trascurano i Salutati, i
Bruni, i Poggio, i grandi esponenti della pi alta cultura di una
grande epoca, cittadini, magistrati, pensatori, per ritrovare
troppo facilmente la continuit dei moduli di scuola in
compilatori di secondo piano. E la filologia del Valla, vista in
tale prospettiva, da suggello di un'epoca ribelle si trasforma in
un episodio sfocato.
La giusta esigenza di intendere il lento processo, sulle cui basi
 maturata e fiorita una grande epoca della cultura, si rovescia
nella sua negazione, s che da pi parti, oggi, il ricco contenuto
di minuziosi schedari sembra colmare ogni distanza alterando le
prospettive. Ancora una volta,  stato fatale quel medesimo errore
che era alla base delle vecchie interpretazioni, intente a
ricercare il segreto della novit nella differenza e
nell'opposizione dei contenuti. Perch, se fu utile osservare la
corrispondenza fra le movenze del corpo di una Madonna
quattrocentesca e la rappresentazione astrologica della facies
della Vergine, sarebbe assurdo il pretendere di elevare in
qualsiasi modo questa constatazione a giudizio di valore circa il
significato di un'epoca.
L'orgoglioso mito della rinascita, della luce che fuga le tenebre,
dell'antico che ritorna, nella sua forza polemica non ci rimanda
materialmente a un contenuto: sottolinea un animo nuovo, una forma
nuova, uno sguardo nuovo rivolto alle cose; sottolinea,
soprattutto, la coscienza desta di questo nuovo nascimento
dell'uomo a se stesso. Proprio l'antico, quel mondo classico a cui
si guarda con occhi nostalgici,  in tutt'altro modo che viene
ormai considerato e amato. Chi pu negare che il Medioevo abbia
anch'esso conosciuto e vagheggiato il mondo pagano, allorquando
gli antichi di popolavano ancora tentatori i sogni degli
anacoreti, e a volte tornavano nei luoghi usati a invocare dal
popolo sacrifici solenni? Tutti abbiamo letto delle bizze di
Gunzone e dei sogni di Vilgardo da Ravenna, popolati di scene
classiche fino al punto da indurre al rifiuto delle divinit
cristiane e al ritorno ai riti pagani. Come tutti abbiamo letto
versi di un profondo amore per Roma antica; e ben ricordiamo che
Dante ha inserito l'antico poeta nell'economia della storia
cristiana, e v'ha reintrodotto anche gli antichi di fatti demoni
nelle spelonche infernali.
Senonch l'umanesimo, che ama tanto Cicerone e Virgilio, non crede
pi a Virgilio profeta, o vi crede in tutt'altro modo: a quel modo
cio in cui ogni uomo  partecipe della luce del vero; e a tal
punto  lontano dall'adorare gli antichi di, che talora pu dar
l'impressione di non credere neppure ai nuovi. E il suo
appassionamento per l'antico non  pi barbara confusione di s
con l'antico, ma critico distacco da quell'antico, e suo
collocamento nella dimensione della storia e nel tempio augusto
del passato. La favola del rinascimento pagano, giustificabile in
sede polemica, e spiegabile presso qualche scrittore decadente, ma
che solo storici di poco senno potevan far propria, cade nell'atto
stesso in cui ci facciamo a studiare la profonda seriet della
filologia dell'umanesimo, che, come gi tanto acutamente vide il
Gentile,  il lato essenziale di quella cultura: una filologia, si
badi, tanto ricca e complessa da accogliere in s ogni posizione
critica dell'uomo, e non gi pseudo-filosofia di non filosofi in
lotta contro la filosofia, ma l'unica seria, vera, nuova
filosofia. La quale, proprio perch restaurazione dell'antico e
scoperta dell'antico, fu posizione dell'antico come altro da noi,
amorosamente ricostruito, ma proprio per questo non pi confuso
con noi: definizione di quello e di noi, scoperta dell'oggetto e
del verace rapporto di noi con esso, con quel mondo storico che
l'uomo pone ed a cui si oppone, e in rapporto al quale si viene
scoprendo e formando. Proprio qui si opera quel consapevole
distacco di cui tanto erano orgogliosi gli umanisti: il distacco
del critico, che alla scuola dei classici non va per confondersi
con essi, ma per definirsi in rapporto con essi. Per cui tra
coloro che gli antichi avevano amato, ma confondendoli in s in un
sorta di amorosa violenza, ma pur violenza, e quei restauratori
dell'antico accurati fino alla pedanteria, v' di mezzo davvero un
abisso. Un mondo si concludeva, e veniva scoperto proprio l dove
era conchiuso; antico volto non pi fatto materia di una
costruzione nuova, ma collocato per sempre nella storia di fronte
a noi; non pi confuso nella nostra vita, ma contemplato nella sua
verit. L il materiale era pur esso prezioso per un edificio ove
il marmo di una statua si faceva calce atta a murare. Qua v'
distacco, e l'altro non  assorbito in me, ma  colui innanzi al
quale io mi vo definendo, per ritrovare con la sua la mia
individua schiettezza. Il mito rinascimentale dell'antico, proprio
nell'atto in cui lo definisce nei suoi caratteri, segna la morte
dell'antico. Per questo fra antichit e Medioevo non v' rottura,
o ve n' assai meno che non fra Medioevo e Rinascimento; perch
solo il Rinascimento, o meglio la filologia umanistica si  resa
cosciente di una rottura che il Medioevo aveva pur maturato
portandola all'esasperazione. E qui, proprio a questo punto, si
affermavano le esigenze pi vive della nostra cultura: nella
preoccupazione di definirci attraverso la definizione dell'altro;
nell'acquisizione del senso della storia che  senso del tempo;
nel vedere la storia e il tempo come dimensioni proprie della vita
dell'uomo; nel liberarci e staccarci per sempre dall'immagine di
un mondo solido e fisso, scandito nei suoi gradi e saldo nelle sue
gerarchie, definitivo; un mondo che  cosmo da contemplare, su cui
il tempo non incide, perch sicuro dell'eternit, e per l'eternit
ruotante in s in cerchi sempiterni. E tanto solida era stata
quella realt nella sua non temporale sussistenza, che aveva
inesorabilmente stritolato i profeti della liberazione dell'uomo,
inducendo proprio la grande speculazione medievale nella diabolica
tentazione di assorbire il conturbante messaggio cristiano entro
la sicurezza del mondo aristotelico.
L'umanesimo, da Petrarca in poi, si spost su un piano diverso, e
cerc, come  proprio di tutti i rinnovamenti fecondi, la
soluzione a una via senza uscita per una via nuova: sul terreno
della poesia e della filologia, della vita  morale e politica, e
poi su quello, a volte apparentemente nemico, eppure intimamente
affine, di tutte le arti che volevano empiamente cambiare e
sovvertire il mondo. Attraverso la filologia e la poesia
vichianamente intese, attraverso il sapere scientifico, era nata
la nuova filosofia.
E. Garin, Medioevo e Rinascimento, Laterza, Bari, 1961, pagine
101-107  .
